Aleksandro che suona il piano.

DSC_4092Ieri, ve lo ho raccontato, ero in Via Grego a parlare con la famiglia che ha occupato l’appartamento Ater (Vedi). Le storie sono complesse, vanno riportate, sono poi la verità di chi le racconta, sicuramente non esiste una verità in senso assoluto.

Ciò che non capisco di questa storia è il lasciar che le cose succedano. Me lo ha detto una suora un’ora fa, la responsabile di un centro di minori “Con questi non si può fare niente, hanno l’attaccamento alla libertà“.
Aleksandro, 11 anni, ieri mentre parlavo con la mamma e la sorella suonava un piccolo pianoforte giocattolo. E’ la sua passione ma il pianoforte più grande “è rimasto in Germania“. Come non sono giornalista, non sono psicologo, non mi addentro in analisi, ma mi è sembrato un bambino con qualche problema.

Oggi è successo che quel bambino, ad una persona che abita in quelle case e che sta dando una mano a quella famiglia, consente ai bambini piccolini di lavarsi e li tiene al caldo, ha infilato nel polso una forchetta perché gli ha detto di non andare a buttare petardi in strada, che già sono malvisti. Di questa persona non vi avevo parlato, me lo aveva chiesto, ma è l’unico che sta facendo qualcosa.

Aleksandro sino al 27 novembre era in una comunità per minori, tolto alla famiglia  al momento dell’entrata in Italia per l’articolo 403: “Quando il minore si trova in una condizione di grave pericolo per la propria integrità fisica e psichica la pubblica autorità, a mezzo degli organi di protezione dell’infanzia, lo colloca in luogo sicuro sino a quando si possa provvedere in modo definitivo alla sua protezione“. La madre dice che è scappato, la suora che dirige la comunità dice che sorella e mamma sono venuti a prenderlo. Ci sono sempre due verità. Si può anche pensar male, pesando che ad una famiglia che vive di espedienti un bambino di 11 anni “serve”.

Telefono alla suora della comunità “Associazione casa famiglia ONLUS” di Via Petronio  Trieste. Mi racconta la sua verità. Mi dice che il bambino era tranquillo fino a che, appunto il 27 novembre la sorella maggiore non è venuta a chiamarlo, e lui poi è sparito con lei, la mamma ed il fratello più grande. Poi dice che il bambino aveva bruciato delle cose e minacciato un educatore con un coltello, ma allora forse non era tanto tranquillo.

Era da due mesi in comunità, le chiedo se fosse stato visto da uno psicologo, e mi dice che “non capisco niente, che loro sono educatori e che sanno cosa fare”. Che era all’inizio del percorso e che intanto gli insegnavano a “amare la vita”. Prendo atto. Mi dice anche che su quella famiglia è stato investito molto in passato, anche dalla Fondazione Lucchetta che gli aveva trovato un appartamento ma “si sa come sono questi, sono spiriti liberi”. Aggiunge che loro hanno seguito anche due ragazzini Sinti con successo, ma “quelli hanno anche sangue italiano”.

Conclude dicendo “ogni giorno un educatore lo portava a fare un giro in bicicletta, noi abbiamo fatto il possibile“.  Non le chiedo, mi viene in mente dopo, se sapesse che Aleksandro suonava il piano.

Ripeto, non esiste una verità, ma tutte vanno raccontate.
Mi sembra però che al di là della verità esistono sul territorio comunale due bambini 5 e  14 mesi che sono al caldo grazie all’iniziativa di una persona che si è preso una forchettata nel polso. Esiste un bambino di 11 anni con difficoltà che però è troppo difficile da seguire. Esistono soldi spesi dalla comunità che alla fin fine sono stati buttati via.

Esistono scelte che non vengono fatte se non “aspettare il 9 dicembre”.

[continua]

1. “Un gruppo di nomadi capitati lì non per caso.” Succede a Trieste.

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