Hic sunt comunisti. L’ultima sbarra di confine a Trieste, tra Italia e Yugoslavia.

botazzonI colori sono rimasti, bianco rosso e blu, sono ora quelli della Repubblica di Slovenia, ma hanno cambiato solo ciò che rappresentano. Fino alla metà del 1991 il confine era quello con la Repubblica Socialista Federale di Yugoslavia. C’era la stella rossa, rimossa con il cambio di bandiera. Dove fosse la stella, sulla sbarra, sulla casetta non lo ricordo. Si andava sempre in Val Rosandra, alla fine della sua parte italiana, a Bottazzo, piccolo paese con 4 famiglie ed un’osteria, raggiungibile solo camminando.

Da quella sbarra, anche se non si vedevano  i graničari, si stava lontani, così come ci si spingeva oltre raramente quando, su tutta la linea del confine lungo il Carso si vedevano i cartelli che indicavano “Attenzione 100 (o 200 o 300) metri al confine“. Le famiglie in gita richiamavano i bambini. “Prima i te spara, dopo i te disi stoj“, alt, ferma, era il racconto che veniva tramandato. Tutti avevano sentito di qualcuno che aveva sconfinato ed era stato  fermato e , di conseguenza, aveva passato la notte a Capodistria in guardina. Qualche episodio era vero, molte erano leggende metropolitane che si diffondevano attraverso il passaparola.

2014-11-01 10.42.11Dagli anni 80 il confine di Bottazzo diventava una volta all’anno aperto, ossia si poteva passare in gruppo, Prepusniča  in tasca, in occasione  di una camminata della pace. Il resto dei giorni il confine era comunque chiuso e non transitabile.
(Nota: i triestini e gli sloveni potevano varcare il confine, diretti in una fascia ristretta con un lasciapassare, in sloveno appunto Prepusniča,)

Trieste viveva di “Yugo“, dei pullman che arrivavano da ogni parte per acquistare nel rettangolo del Borgo Teresiano capi di abbigliamento, arricchendo i “jensinari”. Ripassavano il confine indossando, si diceva, fino a 7 capi di jeans di taglia crescente uno sopra l’altro. In questo c’era un fondo di verità, facevano così per non pagare i dazi e per superare  i controlli, non troppo stretti  a dire il vero, in entrata in Yugoslavia.
Il percorso inverso lo facevano i triestini con la carne, dopo aver fatto il pieno di benzina. Per i prezzi inferiori, di gran lunga inferiori, a quelli italiani si passava sopra l’ideologia, il “mi no vado in Yugo neanche morto“. Il  fioretto però escludeva il chilometro necessario a trovare  il primo distributore e la prima “mesnica” per comprare il filetto. Molti triestini erano talmente affezionati, al rito ed al risparmio, che il pellegrinaggio continuò anche quando, durante la guerra dei dieci giorni con la Slovenia, a presidiare i confini c’erano i carri armati serbi.  Un pensionato in uno di quei giorni, da un militare uscito di senno venne addirittura preso in ostaggio.

Di Yugoslavia  sono vissute anche generazioni di politici triestini. Quelli contro e quelli che erano contro quelli contro. Rimasugli restano ancora adesso, prima su questo scontro si giocavano le elezioni.

Oggi tra Italia e Slovenia le sbarre non ci sono più, non servono né passaporto né lasciapassare. I vari edifici di confine vengono demoliti e quasi non ci si accorge del passaggio.
Resta quella sbarra, alzata, e quella piccola costruzione, probabilmente perché non danno disturbo. Sarebbe auspicabile venisse conservata, magari il piccolo edificio adibito a piccolo museo, perché resti il ricordo di quando  molti confini, fisici e mentali, passavano da qui.

Tutti i diritti sono riservati.
E ammessa solo la riproduzione parziale citando la fonte, o se online la pubblicazione di un estratto di massimo  10 righe con il  link all’articolo originale. Non è autorizzata la riproduzione completa.
Advertisements
This entry was posted in Trieste. Bookmark the permalink.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s