Ugo Guarino non so se esiste (1)

ugo-guarino--500x323Entro nel palazzo del Corriere della Sera di Via Solferino, a  Milano. La giovane guardia all’ingresso mi chiede da chi devo andare: “Da Ugo Guarino, mi sta aspettando“. Da un paio di mesi stavo cercando di incontrarlo, volevo portargli un libro, “Viola”, in cui c’erano diverse foto che lo vedevano protagonista. Aveva rimandato fino a che un giorno mi disse “Vediamoci stasera al Corriere“.
La guardia consulta il computer e dopo un po’ dice “Qui non lavora alcun Ugo Guarino“. Scoprirò qualche tempo dopo che anche Indro Montanelli, la cui lettera quotidiana veniva illustrata da Ugo con una minuscola vignetta, stimolato da un lettore, diceva “Ugo Guarino? Io non so se esiste“.

Per fortuna arriva in suo soccorso un collega più anziano che gli dice “Ma è quel signore anziano, magro  e alto che passa ogni sera“. Per il Corriere, per la rubrica del telefono del computer della guardiola Ugo non esisteva, semplicemente perché non aveva un telefono.

Anche Montanelli scoprì che esisteva invitandolo a cena. Racconta Ugo che gli chiese quanto guadagnasse. Dopo averlo saputo disse “E’ una vergogna, ci penso io“, e così improvvisamente, il giorno dopo, si ritrovò raddoppiato lo stipendio.

img100Ugo non è mai stato un dipendente del Corriere, anche quando lo conobbi, settantenne, era un cosiddetto CoCoCo. La creazione della vignetta, che doveva illustrare  l’intervento prima di Indro Montanelli, poi dell’ambasciatore Romano, era un rito a cui avrei assistito molte volte. Iniziava leggendo più volte la lettera. Si metteva poi a pensare e dopo una decina di minuti, improvvisamente prendeva un foglio bianco, in matita facendovi un quadrato di 15 centimetri di lato.
La vignetta usciva dalle sue mani in 10 minuti. Quando lo guardavo diceva “Son sempre sta svelto“. La velocità nel disegnare  fu la cosa che lo fece entrare nel laboratorio di disegno del manicomi, ma ve o racconterò un’altra volta.
Il tutto terminava prendendo la vignetta del giorno prima, facendo una fotocopia e ritagliando la firma, che poi attaccava con del nastro adesivo.
Alla fine sotto scriveva “Cultura pag.9  x tipografia”.  Sapeva benissimo che la vignetta oramai non andava in cultura, che la “pagina 9” era un ricordo e che non esisteva più la tipografia.  Come diceva “Ormai la cultura vien dopo l’economia“, ma non si rassegnava.

Da quel giorno per un anno, una due volte al mese sono andato al Corriere, abbiamo cenato assieme, mi raccontava storie. Prendevo anche appunti ma perlopiù lo stavo ad ascoltare.  Ad una certa ora diceva “Prendiamo i mezzi, come disi i milanesi” e ci davamo appuntamento per la volta successiva. Cercherò di rimettere ordine tra appunti e ricordi per raccontare di Ugo.

La prima volta che lo ho incontrato la mia idea di lui era circoscritta alle vignette ed alla esperienza del manicomio, molto probabilmente è la stessa idea che ha la gran parte delle persone che sanno chi sia, e non sono tante. Invece Ugo è stato New York, il cantiere San Marco, Linus, le sue opere distrutte, i suoi scritti, l’incontro con Buzzati, i serbatoi delle motociclette. Non si può ridurre la sua storia artistica e di vita a vignette e manicomio.

(continua)

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