Di arte, arredo urbano e pubblicità. L’opera di Davide Comelli su una casa ATER a Trieste.

DSC_3803“Perché si deve rovinare l’estetica di  un palazzo? E si rovina?”  Sono le domande che mi faccio tornando da un breve incontro con Davide Comelli, artista che ha appena concluso un intervento artistico su una facciata di uno stabile ATER di Via San Giovanni Bosco.
Volevo mi raccontasse qualcosa di un’opera, scoperta per caso camminando lungo la ciclabile,  ed alla fine abbiamo parlato anche di street-art  e di “firme”.

10269562_10204709625641050_1519970631591380078_nDavide Comelli, 33 anni, si occupa di decorazione di interni ed esterni, è ora rientrato a Trieste, dopo una permanenza a Parigi. I suoi lavori, in collaborazione con la sorella Sara, si  possono vedere  sul suo sito www.chromosomestudio.com/.

Parliamo subito di costi. Mi aveva colpito il giudizio di un signore che con me stava osservando l’opera che aveva detto “Saria anche bella se noi la gavesi fata coi nostri soldi”. Tutto l’intervento ha avuto un costo di circa 15.000 euro, in parte coperto dalla Sikkens, importante azienda produttrice di vernici, che ha fornito gratuitamente le vernici e il materiale per la riqualificazione della parete. Infatti l’ATER, che ha diviso le spese con il comune di Trieste, ha riqualificato una parete grigia, ma la ha anche “messa a posto”, tolte le fughe, isolata.

10723169_10152809504794078_1052051180_nCi tiene Davide a sottolineare che l’intervento non è estemporaneo, ma è qualcosa di progettato, anche la scelta del disegno è pensata per il posto, facilmente interpretabile. Nelle sue corde ci sarebbero stati altri disegni, ma “non doveva essere qualcosa di autoreferenziale, ma piuttosto qualcosa che descrivesse la realtà del posto, non una imposizione ma un intervento di arredo urbano condiviso con chi ci abita“.
In una città non abituata, come lo sono altre città europee, a questi tipi di intervento l’opera doveva essere “facilmente assimilabile“, costituire  un’apripista per interventi magari più difficili, una volta che questo arredo urbano diventerà elemento normale del paesaggio.
Un primo risultato confortante è stato, al di là della persona che ho incontrato io, l’interesse e la partecipazione, nella fase di preparazione, anche al di sopra della aspettative iniziali.

La condivisione, la progettualità legata al  luogo dove si interviene, è uno dei punti chiave. “Se gli abitanti sentono l’opera una cosa loro, l’opera non viene degradata, viene rispettata“. A testimonianza di ciò racconta l’esperienza di Melara, intervento di dodici anni fa che appare ancora integro. Già allora Davide aveva effettuato un intervento condiviso, limitato ai corridoi esterni del quadrilatero. La crociera centrale si è poi via via riempita con altri interventi di ragazzi, mostrando la validità del progetto nato in un colloquio con i residenti. E’ un peccato che quel luogo, che continua ad essere visitato, non sia adeguatamente valorizzato: il sito del progetto non esiste più; gli elenchi di “cose da visitare” a Trieste si fermano al Caffè San Marco ed a Pepi S’ciavo, quando anche quella potrebbe essere una risorsa.

10717609_10152809504624078_621872644_nC’è da sperare che questo progetto non si fermi qui, che continui, che non si debbano aspettare altri dodici anni per un ulteriore intervento, ma  che diventi abitudine “arredare” in questo modo l’ambiente urbano. Intanto speriamo che tutto il materiale di progettazione e la documentazione del lavoro dell’intervento di via San Giovanni Bosco, venga presentato in una mostra che consenta di spiegare il valore dell’intervento.

Inevitabilmente poi si passa a parlare di firme, di quello che passa oramai come un grave problema di “degrado urbano”. E’ semplicistico pensare che attraverso questo tipo di interventi, oppure con la messa a disposizione di pareti per la espressione libera, si fermi un fenomeno come quello delle firme. “Non si può cancellare una cosa attraverso un’altra” dice Davide,”La firma è appropriarsi di uno spazio pubblico in una maniera semplice.” Occorre allora “ascoltare un bisogno” e progetti di valorizzazione o di messa a disposizione di spazi fanno si che dei giovani possano “coltivare una embrionale espressione che si esprime con le firme“, passando ad interventi più progettati.

Alla fine Davide fa un interessante similutudine : “Ma cosa è la pubblicità che vediamo attorno  a noi, se non appropriarsi di uno spazio pubblico, così come le firme?“. Quest’ultime sono degrado ed i cartelloni pubblicitari no?  Cosa è che li differenzia? In uno si vende e si guadagna e l’altro no? Il font regolare non è degrado?
Forse è il caso di allargare la visione dal proibito/non proibito ma parlare di bisogni, di espressione, di cultura.

La chiacchierata con DavideDSC_3801 Comelli mi ha fatto conoscere un’interessante artista triestino ma soprattutto mi ha fatto allargare la percezione della città.
Allargo così anche la foto messa all’inizio e mi chiedo se, se si vuole parlare di  “rovinare l’estetica“,  il problema sia la scritta a destra o il cartellone a sinistra.

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